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IL BUDDHISMO

la strada verso l'illuminazione

 

In occidente il Buddhismo è spesso considerato come una religione in cui la contemplazione monastica è di fondamentale importanza; non propone un Dio originale da adorare, ma va oltre tutte le nostre creazioni razionali, creazioni di divinità. Insegna che la divinità è in noi e che tutti possono intraprendere la strada verso l’Illuminazione, una strada non ideologica e intellettuale, ma una via di esperienza diretta e personale.

Il Buddhismo è vivere attraverso l’esperienza, non  attraverso rivelazioni; può indicare la via, ma è l’individuo che deve viverla e percorrerla; ed è solo conoscendo se stesso che può conoscere la Verità Ultima (illuminazione) che è insita in ogni cosa che pervade l’intero universo.

Questa pratica  ebbe immediato successo, poiché in India, intorno al 2500 a.C. regnava la religione vedica, impermeata sul modello delle caste e basata sul sacrificio (yajna) che ricordava quello di Purusha, l’uomo perfetto, il quale portò alla vita il mondo. Il sistema delle caste è ancora oggi predominante  in India e ciò è reso tollerabile dalla convinzione che negli uomini vi sia un’anima immortale o Atman, la quale rinasce milioni di volte, in molte forme, secondo la legge del Karma che prevale nell’universo.

Dal sacrificio di Purusha aveva tratto origine il tutto e i rituali compiuti dai sacerdoti detti Brahmani  riproponendo tale sacrificio primordiale, erano considerati veri e propri atti di creazione. La loro potenza era reputata tale da poter piegare gli stessi dei alla volontà del celebrante. Durante i sacrifici si inebriavano di Soma, la “ medicina dell’Immortalità “, Agni dio del fuoco, portava le offerte nell’aldilà e si accompagnavano con canti sacri , i Mantra, come simbolo di collegamento tra cielo e terra. Il Mantra più conosciuto che rappresenta tutt’oggi la parola più sacra per gli indù, seme di tutti i Mantra, è l’AUM  .

Il 3  rappresenta la trinità  degli dei della creazione, della conservazione e della distruzione, l’”O” è il silenzio del contatto con Dio. I testi sacri recitati durante i sacrifici solo dai Brahamani ,erano detti Veda. Le divinità principali furono Shiva , Vishnù, e Brama.

A causa delle eccessive elucubrazioni sull’atto sacrificale, la religione vedica , intorno al VI° sec. a. C. conobbe la sua decadenza. Così il Buddhismo iniziò storicamente  nell’India sett. intorno al VI°

sec. a.C.   quando un uomo di nome Siddhartha Gautama raggiunse  l’Illuminazione, la Verità Ultima, attraverso la quale gli uomini sono liberati dal ciclo della rinascita.   Divenne il Buddha il “Risvegliato” e insegnò agli uomini la strada per sottrarsi alla rinascita e alla sofferenza.

Il Buddha nacque nel VI° sec.a.C.(  intorno al 500 a.C.) nella città di Kapilavatsu a nord dell’India, nell’attuale Nepal. Apparteneva alla nobile famiglia degli Shakja, fu chiamato Siddhartha, “colui che ha raggiunto lo scopo” .  La leggenda narra che il Principe Siddhartha  ,  dopo  una serie innumerevole di esistenze in forma animale , umane e divine, condotte compiendo azioni compassionevoli verso ogni essere vivente, fosse giunto all’ultima incarnazione durante la quale, per i meriti acquisiti , avrebbe conseguito l’Illuminazione e predicato la dottrina che a essa conduce.

Si narra che egli , prima di nascere come Siddhartha risiedesse nel cielo Tushita, luogo in cui gli dei vivono nella perfetta beatitudine. Qui ,essendo maturato il tempo dell’ultima esistenza, decise di venire al mondo.

La tradizione buddhista non si discosta da quelle di altre religioni nella narrazione della nascita del Buddha:  spesso accade che fondatori di religioni, o santi particolarmente venerati siano immaginati venire al mondo attraverso un concepimento verginale.  Infatti il concepimento avvenne mediante un sogno della regina madre Maya la quale vide un elefante bianco  a sei zanne che penetrava nel suo ventre attraverso il fianco destro. Altrettanto prodigioso fu il parto assistito da due divinità del pantheon brahmanico,  Brahma e Indra che accoglie il piccolo su un candido panno  a significare che la nascita di Siddhartha è un evento che coinvolge , non solo il genere umano, ma l’intero cosmo.

Dinnanzi al Buddha nascente si prostrarono gli dei poiché attendevano con ansia la predicazione della sua legge che li renderà finalmente liberi.

Secondo questa teoria, tutte le creature sono soggette alla rinascita, lo stato divino è la ricompensa per azioni meritevoli compiute in vite precedenti, ma resta sempre una condizione transitoria e impermanente.

Siddhartha aveva sul corpo segni straordinari che lasciavano intuire la sua grandezza;  i brahmani  interpretandoli  predissero al re padre Shuddhodana che il bambino, qualora fosse rimasto nel mondo, sarebbe diventato un Chakravartin, cioè un sovrano universale; se diversamente, nel corso della sua esistenza avesse deciso di abbandonare la vita agiata del palazzo reale , per intraprendere un sentiero di rinunce e la vita dell’ascetismo, avrebbe raggiunto lo stato di Buddha perfettamente compiuto.  Spaventato da questa profezia il re cercò di evitare a Siddhartha il contatto con il mondo esterno e l’avere esperienze dolorose affinché il suo animo non venisse turbato da tutto ciò. Il principe crebbe nel lusso e nei piaceri più raffinati completamente ignaro delle durezze dell’esistenza: All’età di sedici anni, superando una prova con l’arco ottenne in premio la mano della bella Yashodhara, sua coetanea, nipote di Maya,, anch’essa  appartenente alla stirpe degli Shakya . Dal loro matrimonio nacque l’unico figlio Rahula.

Continua la leggenda, narrando che,un giorno, ascoltando il canto malinconico di una donna che ricordava paesi lontani, il Principe Siddhartha fu preso dal desiderio di conoscere il mondo al di là delle mura del palazzo reale.Da questa vicenda nascono i quattro incontri fondamentali del Principe che determinarono il cambiamento della sua esistenza: la vecchiaia,la malattia , la morte e l’ascetismo. Shuddhodana acconsentì alle richieste del principe , organizzò delle visite nella città e  raccomandandosi di renderle , piacevoli intimò di allontanare gli anziani, i poveri e i  malati poiché con le loro miserie avrebbero potuto creare inquietudine e smarrimento nel cuore del figlio. Durante una di queste uscite Siddhartha si imbattè, per la prima volta negli aspetti più dolorosi della realtà , la cui conoscenza , fino ad allora, gli era stata evitata dalle mille precauzioni paterne.   Vide tra la folla la figura di un vecchio , di un malato e un corteo funebre: fu la rivelazione improvvisa dell’esistenza del dolore. L’animo del principe era stato profondamente colpito e a nulla valsero le feste e le lusinghe di cui Shuddhodana lo ricopriva.

Si narra che durante una successiva uscita Siddhartha giungesse in un luogo dove i contadini erano intenti alla lavorazione dei campi; viene colpito dai buoi affaticati, dagli insetti uccisi durante il passaggio dell’aratro e da quegli uomini stremati dalla fatica, dalla pelle screpolata dal vento, il cui sudore scorreva lungo le membra, percepì che ogni cosa intorno a lui fosse penetrata dal dolore e provò per tutto ciò un’intensa pietà. Invaso da tale sentimento compì la sua prima meditazione “sul sorgere e sul venir  meno delle creature” in tal modo la sua mente si quietò.

Fece il suo quarto incontro : vide un uomo i cui capelli e la cui barba erano rasati , indossava la veste monacale e teneva in mano una ciotola camminando con lo sguardo rivolto a terra. Era un’asceta. 

Pensò che ciò potesse significare la liberazione dalla sofferenza e lasciò il palazzo. Visse per sette anni nella foresta, vicino a maestri ed asceti , sottoponendosi a privazioni,digiuni e sofferenze di ogni genere praticando l’ascesi e la meditazione; tali tecniche di tipo yogico  venivano osservate dai ricercatori per raggiungere la Verità  e avevano lo scopo di sottrarre l’uomo alla condanna del SamsKara , il ciclo cosmico della morte e della rinascita. Però, Siddhartha non cercava una individuale salvezza, ma una via da indicare agli uomini per eliminare il dolore e conseguire la pace. Le veglie, i digiuni mai praticati con tanta intensità dagli asceti che lo avevano preceduto, spossarono il suo corpo e annientarono ogni capacità di pensiero. Si convinse che attraverso le penitenze corporee non avrebbe mai ottenuto la conoscenza e il logorio dell’organismo non approdava a una maggiore luce dello spirito, ma aveva come effetto  l’umiliazione del corpo. Allo stremo delle forze riprese a nutrirsi per recuperare le energie perdute . I cinque monaci che affascinati dalle eccezionali penitenze di lui, lo avevano seguito e venerato come un maestro , rimasero delusi da questa improvvisa  rinuncia   alle mortificazioni fisiche e apparve ai loro occhi, come un allontanamento dalla retta via, perciò lo abbandonarono.

Siddhartha comprese che non erano le mortificazioni e la rinuncia al mondo a portare alla realizzazione e per la seconda volta, nella sua vita, ebbe il coraggio morale di ricominciare dal principio a cercare la Verità.  Incominciò a vivere normalmente continuò la ricerca e comprese come la Via che poteva portarlo alla conoscenza di sé , alla Verità nascosta dalla sua ignoranza non fosse appunto, la mortificazione del corpo, quanto la meditazione profonda. Abbandonò completamente il palazzo reale:  la manifestazione di diversi  prodigi videro il favore del mondo universale. Si diresse verso la regione delle foreste , scambiò le sue vesti principesche con gli abiti grossolani di un cacciatore, si tagliò i capelli con la spada e abbracciò la vita ascetica.

Si compiva così la Grande  Partenza da Kapilavatsu, uno degli eventi decisivi nella vita di Gautama. Da questo momento divenne Shakyamuni ,”l’asceta degli Shakya” dal nome della stirpe a cui apparteneva.

Il futuro Buddha inizia così la sua nuova esistenza , alla ricerca di un maestro spirituale che potesse guidarlo sulla via della salvezza.

Si narra che giunto dinnanzi ad un albero di pipal (ficus religiosa) il cosiddetto albero della Bodhi e compiuti sette giri intorno al suo tronco in segno di rispetto, in posizione yogica   , su un fascio di erba Kusa ,offerto da un contadino ,pronunciò questo supremo voto:” io non mi scioglierò da questa posizione in terra fin quando  non sarò giunto a compiere ciò che devo compiere” (Ashvaghosha, Buddhacharita ,XII ) .

L’albero è un simbolo importante nella vita del Buddha : la nascita, la prima meditazione, il raggiungimento della Bodhi, il parinirvana;  nella cultura indiana ogni arbusto è abitato da uno spirito Yakha, le sue radici affondano nel cuore della terra e i suoi rami si protendono verso il cielo, collega le sfere sotterranee e le sfere celesti e segnala con la sua presenza il centro dell’universo ,il punto immobile intorno al quale tutto ruota e diviene.

Gautama dopo aver percorso tutti gli stadi della meditazione e aver ottenuto la piena conoscenza delle sue anteriori esistenze e di quelle di tutti gli esseri, intuite le cause del dolore e individuato il metodo per annientarlo, alle prime luci dell’alba divenne finalmente BUDDHA  l’ILLUMINATO.

Si racconta che Mara , il dio del male  e della morte,il tentatore, il demone il cui regno si estende nei cieli, sulla terra e nel sottosuolo e su tutta la sfera dei desideri e dei piaceri sensuali era riuscito a insinuare nella mente del Buddha il dubbio e il timore di trovare incomprensione presso gli uomini. L’intervento del dio Brahma è stato fondamentale poiché riuscì dove gli altri dei fallirono e convinse il Buddha  a divulgare il suo insegnamento.

Si recò a Benares  per cercare  quei cinque discepoli , compagni di tanti anni di ascesi, deciso a comunicare loro la Verità.  In principio non furono contenti di questo incontro, ma il suo aspetto luminoso , segno della saggezza ormai raggiunta , riuscì a conquistarli ed essi resero omaggio e venerazione al Buddha come un maestro. Gautama chiarì i motivi della sua rinuncia all’ascesi che non era stata  causata dal desiderio , come essi avevano erroneamente creduto, ma sottolineò la necessità di  tenersi lontano dai due estremi e di seguire la “Via di Mezzo” , l’unica in grado di portare alla quiete e all’Illuminazione .

Infatti nella sua esperienza né il piacere, né la mortificazione furono utili  al suo scopo.

Annunciò loro di essere diventato il Tatha-Gata , il “Perfetto” e di essere venuto ad insegnare la dottrina della Verità.

Il discorso che il Buddha tiene dinnanzi ai compagni di un tempo è ricordato come Predica di Benares ed è definito il “discorso sulla messa in moto della ruota della Legge “ e contiene i principi dogmatici del Buddhismo .

Predicò che l’origine del dolore risiedeva nella sete di esistenza e nel desiderio , fattori che causano la rinascita il cui metodo per la soppressione è chiamato “ Via di Mezzo “ o  “ Ottuplice Sentiero “.

Dopo questo sermone i discepoli si convertirono e ricevettero l’ordinazione monastica dando origine al primo nucleo di comunità buddhista : il sangha

Fu  un periodo funestato da gravi e luttuosi avvenimenti politici, che lui stesso aveva previsto, che portarono la distruzione quasi completa del suo popolo. Il Buddha continuò ad insegnare la sua dottrina fino agli ultimi giorni della sua vita; giunto nei pressi di Kushinagara venne ospitato da un fabbro che gli offrì da mangiare ; regola vuole che un monaco non può rifiutare nessun alimento che viene offerto nella ciotola delle elemosine. Ma da lì a poco ebbe dei forti dolori. In fin di vita raggiunse il fiume Hirannavati e fermatosi nel parco di alberi sala chiese che gli venisse preparato un giaciglio tra due alberi per riposare. Si distese sul fianco destro con il capo rivolto a settentrione, nella” posizione  del leone” ; dai due alberi cadde una pioggia di fiori che in breve coprì il corpo del Beato che entrò nel parinirvana stato supremo dell’annientamento del dolore.Per la cerimonia funebre  ,secondo quanto ci è tramandato dalla tradizione leggendaria,furono osservati i rituali eseguiti per le esequie dei sovrani universali. La salma fu vegliata per sette giorni e le spoglie terrene del Buddha vennero portate nel luogo della cremazione. Il cadavere fu lavato con acqua calda e profumata, e avvolto in 500 vesti di cotone e posto in una bara d’oro ripiena di olio, inserita in una seconda bara di ferro, rivestita a sua volta di una cassa di legno. Il feretro fu collocato  su una pira funeraria composta di legni odorosi cosparsi di unguenti e profumi .I resti del Buddha vennero posti in un’urna circondata da una siepe di giavellotti posta sotto la custodia di alcuni arcieri .

 


LA DOTTRINA BUDDHISTA

 

Gli insegnamenti del Buddha sono soggetto di grande riverenza la cui base fondamentale è costituita dai Tre Gioielli ( o Rifugi ) : Buddha, Dharma e Sangha.

Buddha :   sta a significare che mi impegno a realizzare me stesso nella consapevolezza della realtà. Il Buddha  in questione non è una divinità da adorare, ma rappresenta noi come Buddha illuminati.

Dharma :   ( o legge ) significa seguire le regole stesse dell’Universo non le proprie egoiche e personali . Può significare seguire l’insegnamento del Buddha, la natura di sé, o semplicemente la “ Via”.

Sangha :    ( o comunità) significa unirsi a tutte le persone che sono alla ricerca della Verità  Assoluta . La nostra famiglia potrebbe essere il Sangha  più vicino a noi perché possiamo confrontarci continuamente e vivere e manifestare la via del Buddha.

 


LE QUATTRO NOBILI VERITA

 

L’insegnamento del Buddha è fondato sulle Quattro Nobili Verità :

1)     Ogni esistenza è dolore ( dukkha), insoddisfacente e piena di dolore

2)     Il dolore (dukkha) nasce dall’attaccamento (tanha) che ne è la causa

3)     Esiste il modo per far cessare la causa del dolore

4)     Il modo per mettere fine alla causa del dolore è seguire l’Ottuplice Sentiero o Via di Mezzo 

 


L'OTTUPLICE SENSIERO O VIA DI MEZZO

Secondo l’insegnamento del Buddha  è il cammino che porta alla liberazione, è anche chiamata Via del Nirvana, in giapponese hasshodo:

1)     retta visione ( shoken ) : vedere la vita per quello che è senza essere né troppo pessimisti né troppo ottimisti.

2)     retto pensiero ( shoshiyui) : è quel pensiero, quella teoria che  sorge dal giusto punto di vista, né troppo idealizzato, né troppo materializzato.

3)     retta parola ( shogo) : non dire menzogne.

4)     retta azione (shogo) : azione appropriata alla situazione senza essere influenzato dall’umore del momento.

5)     retto modo di sostentarsi (shomyo) : scegliere un modo corretto per guadagnarsi da vivere.

6)     retto sforzo (shoshojin) : impegnarsi con tutte le proprie forze per raggiungere la verità.

7)     retta attenzione ( shonen ) : si riferisce ad una mente tranquilla e non disturbata.

8)     retta concentrazione ( shojo) : non essere troppo rigidi o troppo sciolti, troppo tesi o troppo rilassati.

 


LE PRINCIPALI FORME DI BUDDHISMO

 

Intorno al I° sec. d.C. il Buddhismo si divide in tre fondamentali rami: Hinayana ,Mahayana e Vajrayana  più la quarta Via d’Occidente – Oriente   o Rei Do Zen ( Rei  = Universale  Do = Via Zen = Meditazione.  

Hinayana   :    o “Piccolo Veicolo” è conosciuto anche come Theravada. Secondo questa filosofia   solo i monaci  potevano raggiungere il nirvana attraverso una severa  e rigorosa                         osservanza dell’Ottuplice Sentiero. Si dedicavano alla predicazione, allo studio  in                         lingua Pali dei testi canonici e rinnegavano l’esistenza di un io individuale ritenendo  inutili i riti, i simboli e i sentimenti religiosi. E’ particolarmente diffuso nello Sri Lanka , in Thailandia, nel Laos, in Cambogia e in Birmania.

Mahayana   :   o “Grande Veicolo” , secondo questa filosofia la salvezza è permessa a tutti e                         sviluppa gli insegnamenti del Buddha attraverso i sutra recitati in sanscrito. Il B.                        Mahayana sottolinea l’importanza dei Bodhisattva, coloro che pur avendo raggiunto il  Nirvana rinunciano alla propria personale realizzazione per la salvezza di tutti gli esseri.

Vajrayana   : o Via del Tantra , è detta anche Via del Diamante. Si basa su testi detti Tantra , è   una filosofia basata sulla  meditazione, riti, simbolismo ed esoterismo.Le forme del tantra si servono di mantra . Il Vajrayana si divide , a sua volta, in due rami principali : il Lamaismo e lo Zen.

Rei Do Zen:  o quarta via d’Occidente. E’ nata come forma laica e può essere seguita da tutti. E’ basata sulla meditazione Zen, il cui scopo è quello di portare il praticante ad una maggiore consapevolezza di sé stesso attraverso l’esperienza diretta della vita stessa.                  

 


 

 

IL LAMAISMO

Nasce in Tibet intorno al 750 d.C. ed è strutturato sul concetto della gerarchia, i monaci chiamati Lama danno notevole importanza alla conoscenza mistica , all’esoterismo , alla musica , senza le quali non si potrebbe raggiungere il Nirvana, in tempi brevi. Il capo spirituale e politico del Tibet è il Dalai Lama , figura simbolica della tolleranza e della non violenza. Attualmente è Sua Santità Tenzin Gyatso  XIV° reincarnazione del Bodhisattva della Compassione.


 
IL BUDDHISMO ZEN

Il Buddhismo arrivò in Giappone dalla Cina intorno al VII° sec.d.C. attraverso monaci giapponesi che avevano soggiornato in monasteri cinesi. La tradizione racconta che fu un monaco indiano chiamato Bodhidharma (470-543 d. C.) che intorno al 520 d.C. attraversò l’Oceano Indiano alla volta della Cina, terra dell’Imperatore Giallo, a dare inizio al Buddhismo Ch’an (o Zen) diventandone il Primo Patriarca Cinese. La sua forma di spiritualità è basata sulla meditazione attraverso la quale è possibile il risveglio della nostra vera Natura; scoprì presto che questa forma contemplativa  esisteva già nell’insegnamento di Lao-tsu, affermatore della filosofia Taoista il cui principio “Wu-Wei” che significa “non-azione”, ne riassumeva il  loro modo di vita semplice e armoniosa. Il carattere dei metodi di insegnamento di Bodhidharma  rimase essenzialmente indiano; fu un maestro successivo, il sesto Patriarca, Hui-neng che diede al Chan  la sua caratteristica impronta cinese. La parola giapponese Zen deriva da un  termine sanscrito che significa meditazione. Lo Zen ha molti significati, nessuno del tutto definibile. Se sono definiti, non sono Zen. Il solo vero modo per capire lo Zen è attraverso la conoscenza derivata dall’esperienza diretta .

 


 LA MEDITAZIONE ZEN

La meditazione Zen e detta Za-Zen che significa “meditazione da seduto” o “seduta di Zen”.

E’ una meditazione attiva, in cui la mente, partendo dal vuoto, si concentra su se stessa. Lo scopo pratico dello Zen è di condurre il praticante ad un’esperienza diretta della vita stessa e ad eliminare tutte le distinzioni dualistiche come io tu e arrivare ad una consapevolezza della vita non condizionata da parole o da concetti.

Porta il praticante ad essere consapevole di sé stesso come è realmente.

Tutto ciò è l’essenza della meditazione Za-Zen, è in altre parole ciò che porta all’Illuminazione Buddhista (in sanscrito Bodhi), detta in giapponese Satori o Kensho.

Imparare la Via del Buddha è imparare a conoscersi .

Imparare a conoscersi è dimenticarsi.

Dimenticarsi è essere illuminati da qualsiasi cosa nel mondo.

Essere illuminati da qualsiasi cosa nel mondo è lasciare cadere il proprio corpo e la propria mente.

Per fare l’esperienza dell’Illuminazione bisogna essere pronti ad abbandonare ogni cosa. La Via dello Zen è la Via della vita quotidiana.

Nello Zen per rafforzare la forza del Samàdhi cioè per rafforzare la consapevolezza concentrata in un punto e non dualistica, si usano i Koan, metodo d’insegnamento tradizionale della Scuola Rinzai Zen. Il Koan è un paradosso usato nel Buddhismo Zen quale strumento di meditazione nell’addestrare i giovani monaci ad abolire la dipendenza del ragionamento, costringendoli ad una subitanea comprensione intuitiva. Si tratta di una storia apparentemente assurda che un discepolo deve risolvere per aiutare il suo risveglio o per esaminare la profondità della sua realizzazione.

Uno studio autentico del Koan è possibile solo con la guida di un maestro zen chiamato Roshi che a

sua volta ha contemplato lo stesso tipo di addestramento.

La pratica Zen incoraggia lo sviluppo di una personalità coraggiosa, fiduciosa in sé stessa e ascetica, attributi, questi molto apprezzati fin dalla antichità, anche da chi pratica arti marziali. I famosi Samurai, parola che significa “coloro che servono” vennero addestrati a tecniche di combattimento fissate sullo Zen e ciò modificò il fine delle arti marziali poiché vennero usate come cammino (Do)  verso la crescita spirituale. L’abilità nel maneggiare la spada, considerata la sintesi delle arti marziali, divenne uno strumento di disciplina spirituale: la spada da strumento che toglie la vita (Satsujin No Ken), si trasformò in qualcosa che dà la vita  ( Katsujin No Ken ). Col tempo lo Zen si divise in due scuole che in Giappone furono conosciute con il nome di Rinzai e Soto.

Lo Zen Rinzai tra il XII e XIV sec. divenne popolare fra la classe dominante dei samurai, che ne fece una dottrina propria, con propri Koan e rivolta ad un interesse più politico che filosofico.

Insegna che è necessario il massimo sforzo per conoscere che tutti gli esseri viventi sono essenzialmente dei Buddha, per questo risveglio chiamato Kensho, insistono sulla pratica dei Koan.

Il Soto Zen fu fondato in Giappone nel 1200 da colui che fu definito una grande figura storica nello Zen, il Roshi Dogen, che mirò a dare grande valore ai particolari dell’attività giornaliera, creando la regola che tutti gli uomini e donne potessero ottenere la natura buddhica, abolendo così ogni forma di classe sociale.

Dogen insegnò che l’illuminazione si manifesta da sé nella meditazione fin dall’inizio.

Nel primo stadio dello Za-Zen si sviluppa Samadhi, in sanscrito Joriki, cioè uno stato di concentrazione che, contando i respiri porta la mente a stabilizzarsi e la consapevolezza va oltre le piccole preoccupazioni dell’io, riuscendo a creare quell’armonia tra mente, corpo e natura.

Rilassando le tensioni corporee la consapevolezza diventa più lucida, il respiro si calma e si approfondisce.  Con il tempo si sviluppa un grande senso di pace e di potere interno.

Una corretta postura è ciò che consente alla mente di cogliere al meglio la possibilità  di rilassamento e di concentrazione. La postura più corretta che il corpo deve abituarsi gradualmente ad assumere è la posizione del loto, o del semiloto. Ci si siede ad un terzo o a metà dello zafu, piccolo cuscino rotondo nero piuttosto duro, sistemato sullo zabuton, un tappetino nero di circa cm 80 x 80, in mancanza può essere sostituito da una coperta piegata in  due.

Le gambe sono incrociate e le ginocchia toccano a terra la coperta. Si raccomanda di sedersi davanti ad un muro bianco o  di colore nero in modo da non avere distrazioni.  Il corpo deve risultare eretto, mantenendo la spina dorsale né curva, né rigida, le spalle rilassate vanno mantenute al loro stesso livello.  Il capo è dritto come se un filo lo tenesse attaccato al soffitto, il mento rientra lievissimamente verso la gola, allo scopo di ben stirare le vertebre cervicali.  Il naso sia in asse con l’ombelico e le labbra atteggiate naturalmente, la bocca rilassata , i denti non devono serrarsi;

la lingua appoggia delicatamente il palato partendo dalla base superiore dei denti, questo ridurrà

al minimo la salivazione, che costringerebbe ad  inghiottire frequentemente e a distrarsi dalla concentrazione. Le mani poste a livello dell’Hara , a circa due dita sotto l’ombelico, hanno entrambi i palmi rivolti verso l’alto, la sinistra dentro la destra e i pollici si sfiorano delicatamente.

Questa particolare posizione delle mani è detta “Dhjanamudra” o “gesto della meditazione” .

Gli occhi sono rigorosamente aperti, lo sguardo rivolto in basso verso un punto immaginario posto sul muro. Il cuore dovrebbe battere nel modo più quieto e i polmoni non dovrebbero affatto essere compressi cosicché il flusso del respiro possa di conseguenza risultare calmo e naturale, Dopo avere assunto la giusta postura la prima pratica per aiutare la concentrazione è contare il respiro.
Il respiro non và controllato ma ci si abbandona ad esso.

Per respirare nella giusta maniera bisogna inspirare ed espirare non rumorosamente, non pesantemente e non in fretta: l’aria deve entrare nei polmoni insensibilmente e senza sforzo.

All’inizio è necessario contare i respiri nel numero di dieci inspirazioni e dieci espirazioni. L’aria 

entra lentamente dalle narici e lentamente esce dalle labbra socchiuse.

Se ci si distrae è necessario ricominciare a contare dall’inizio. Durante la pratica dello Za-Zen è normale ed inevitabile che nascano dei pensieri e la tecnica che si adotta per occuparsi di loro è osservarli, lasciarli passare e tornare al respiro; osservarli senza giudicarli, osservarli come nuvole passeggere nel cielo. Vanno eliminati anche i pensieri o le immagini volute intenzionalmente.

La concentrazione mentale ( in sanscrito Shamatha, in tibetano Shine) è lo stato pienamente allenato della mente impegnata lungo il cammino della meditazione.

Due sono le regole fondamentali durante una seduta di Za-Zen: silenzio e immobilità.

A mani unite in posizione gassho  si entra nel Dojò e percorrendo un giro intorno ad esso ci si appresta a prendere lo zafu, dopodiché rifacendo lo stesso giro ci si posiziona al proprio posto.

Quando tutti sono al loro posto si effettua un saluto al maestro e uno ai compagni, ci si gira verso il muro e si effettua il quarto saluto. A questo punto si è pronti per sedersi in Za-Zen.

Una seduta formale di Za-Zen è suddivisa in due periodi di uguale durata dai 15 ai 25 minuti inframmezzati da un periodo di pausa detto Kinhin. Sempre in perfetto silenzio ci si alza dal proprio posto rivolti verso il maestro, le mani formano un pugno: la destra avvolge la sinistra e si posizionano in basso di fronte al torace. I gomiti toccano leggermente il corpo ma abbastanza distanti da formare una linea retta con le braccia. Il volto rivolto verso l’interno, il collo dritto, la linea dello sguardo protesa in avanti. Si percorrono da uno a due giri  intorno al Dojò con molta calma: i passi non devono essere più lunghi della metà del piede.

Ogni passo deve durare quanto un intero respiro, cioè un’inspirazione e una espirazione.

Se durante Kinhin si incontra un muro ci si ferma,  si gira a destra ad angolo retto e si riprende mantenendo il passo .

Il Kinhin permette di sgranchire la postura Za-Zen e di eliminare un eventuale stato di sonnolenza.

L’inizio della meditazione è segnalato dal maestro con il suono di un gong, così pure l’inizio  e la fine di Kinhin , al cui termine si riprende il proprio posto e si ricomincia Za-Zen.

Il suono di tre gong annuncia il termine definitivo della meditazione.

Ci si alza ,lentamente e in perfetto silenzio, si uniscono le mani in posizione gassho e si fa un primo saluto al muro, un secondo ai compagni e un terzo al maestro.

Si raccoglie ciò che è servito per la meditazione (zafu e zabuton), si aspetta che il maestro si posizioni verso l’uscita del Dojo e  con ordine, come se si stesse praticando Kinhin, si ripone tutto al suo posto .

Senza girare le spalle al maestro ci si appresta ad uscire dal Dojo facendo qui l’ultimo saluto.


LA REI DO ZEN

E’ la quarta via del Buddhismo, la via d’Occidente e d’Oriente.

REI   =  Energia

DO    =  Via

ZEN  =   Meditazione

E’ una filosofia di vita che non si avvale di nessuna dottrina particolare, di nessun personaggio storico o religioso da imitare, ma è semplicemente la via di ognuno di noi  nella semplicità della vita quotidiana vissuta attimo per attimo per quella che realmente è.

E’ fondata su cinque semplici principi di vita:

1.       Vivi ogni istante della tua vita come se fosse l’ultimo

2.       Ama e proteggi ogni forma di vita

3.       Rispetta e ama te stesso per quello che realmente sei

4.       Fa del tuo lavoro l’onesta fonte del tuo sostentamento

5.       Rispetta e tollera ogni altro pensiero anche se diverso dal tuo

 

  • Vivi ogni istante della tua vita come se fosse l’ultimo significa gioire di ogni attimo della tua giornata e fare  ogni cosa, vivere ogni emozione come se ciò non avesse un seguito, viverlo nel pieno della sua essenza e fine a se stesso.

 

  • Ama e proteggi ogni forma di vita significa avere rispetto per tutto ciò che vive e difenderlo nel limite delle nostre capacità, sia esso appartenente al mondo minerale, sia vegetale  che animale.

 

  • Rispetta e ama te stesso per quello che realmente sei significa amare profondamente il nostro essere non per ciò che rappresentiamo, per il lavoro che facciamo o per la nostra situazione economica, ma per ciò che esiste nel profondo della nostra essenza.

 

  • Fa del tuo lavoro l’onesta fonte del tuo sostentamento significa guadagnarsi da vivere senza derubare o prevaricare sugli altri.

 

  • Rispetta e tollera  ogni altro pensiero anche se diverso dal tuo significa avere riguardo per tutti coloro che hanno filosofie di vita, pensieri o credenze religiose differenti dal nostro punto di vista.

 

Se poniamo la concentrazione sull’attimo presente e viviamo ogni istante della nostra esistenza in questo modo, l’intera nostra vita è realmente vissuta.

Se viceversa, viviamo continuamente attraverso i nostri pensieri, siano essi appartenenti al passato, siano essi appartenenti al futuro, ci sfugge tutto ciò che realmente è  e non viviamo veramente la nostra vita nel pieno della sua essenza.

Per questo motivo la REI DO ZEN fonda il suo principio sul quotidiano, sui gesti che ci accompagnano tutti i giorni e che ormai diamo  per scontati, che facciamo automaticamente senza dar loro l’importanza che meritano.

 

L’essenza di questa filosofia Zen non può essere attinta con il pensiero, solo con la pratica, la percezione e la consapevolezza si raggiunge quella saggezza suprema che diviene l’arte di vivere, diventa il nostro modo di essere, diventa lo strumento che ci porta alla conoscenza di noi stessi per quello che in realtà siamo.

La percezione assoluta senza pensieri è chiamata Hishiryo.

Corpo e spirito si unificano nell’atto che si compie.

Concentrandosi su ogni azione quotidiana, qualunque essa sia si potrà arrivare alla Verità Ultima e al vero contatto con il nostro vero Sé.

Om Namah Shivaya 

Marco Milione