Quante volte nell’arco
della nostra esistenza ci siamo trovati in condizione di dire a qualcuno, ciò che stai dicendo è
giusto! Oppure, ti stai sbagliando completamente! Sostenendo con forza le nostre ragioni, senza
fermarci un solo momento a pensare su quale sia il vero senso del termine giusto e sbagliato. In
fondo se riflettiamo bene giusto e sbagliato non sono altro che opinioni che definiscono un nostro
punto di vista nei confronti di una data situazione o di un pensiero altrui; in virtù del nostro
vissuto e degli schemi mentali che hanno caratterizzato la nostra vita fino a quel momento. Del
resto se una cosa sia giusta o sbagliata resta sempre legata al suo ruolo. Non cambia in virtù dei
tempi dei luoghi e delle persone che la vanno ad interpretare. Per esempio ai tempi
dell’antica Sparta i bambini appena nati considerati deboli dalla collettività, venivano sottoposti
al giudizio degli Dei. Ovvero portati sulla cima di un colle e fatti rotolare a valle rinchiusi
all’interno di botti di vino. Se l’infante una volta arrivato a destinazione era vivo, era segno che
gli Dei l’avevano graziato, altrimenti, bèh ! Gli dei non l’avevano considerato degno di vivere, e
andava bene così. Ai nostri tempi questo comportamento viene considerato barbaro e incivile,
all’epoca invece era di uso comune. Senza andare troppo indietro con i tempi basti pensare che nel
1960 in Italia, una ragazza che si fosse sposata avendo già avuto rapporti sessuali con altri
partners prima del futuro marito, poteva benissimo essere ripudiata
legalmente da quest’ultimo poiché il suo comportamento da nubile veniva giudicato dal codice civile
in vigore all’epoca: “moralmente discutibile”. Fortunatamente oggi le cose sono cambiate
notevolmente e una persona è libera di gestire la propria sessualità come meglio crede.
Ma
allora dov’è il giusto? Dov’è lo sbagliato? Dov’è l’inizio e dov’è la fine? La
verità è che non c’è nulla che possa essere considerato totalmente giusto e
totalmente sbagliato, ma l’insieme deve essere sempre vagliato e stabilito in
relazione al momento al contesto e al luogo a cui si fa riferimento.
Ogni pensiero, ogni sentimento, ogni attimo della nostra vita è scandito e sottoposto alla
legge della dualità, questa legge gestisce la nostra esistenza nel momento stesso in cui prende
forma dentro di noi la coscienza illusoria dell’io sono, sostenuta dal disperato bisogno dell’ego a
ricercare una sua identità. Una sorta di forma auto difensiva nei confronti del mondo esterno,
finalizzata al riconoscimento di se stessi in quanto esseri viventi ben distinti dagli altri.
Tale coscienza sviluppa la capacità di auto definizione nel momento stesso in cui il bambino appena
nato non vede più la madre come un prolungamento di se stesso, ma bensì la riconosce come un entità
ben distinta e separata da se. ( ma allora se tu sei tu,
e sei li !!, io chi sono ?!) Ovviamente tutta questa divisione di parti crea un senso di
paura, abbandono e solitudine; di conseguenza come reazione umana e automatica scatta dentro il
neonato l’istinto di auto conservazione per proteggere se stesso da un eventuale pericolo esterno;
dichiarandosi così parte ben definita dal mondo circostante. Rivestendo in tal modo tutta la sua
natura divina con un velo egocentrico e riconoscendo in se stesso la duplice polarità, che lo
accompagnerà per tutto il corso della sua vita umana.
L’illusione della dualità consiste nel concepire
soltanto un aspetto della realtà circostante. Durante il corso di una vita, un
uomo sperimenta amore, paura, felicità, tristezza, desiderio e appagamento,
tutti aspetti univoci incapaci di concepire la realtà nella sua pienezza, non
pensiamo di poter trascorrere una vita in totale azione senza aver in qualche
maniera potuto sperimentare la staticità, oppure una vita di totale amore senza
aver mai provato odio, non sarebbe possibile, per il semplice motivo che per
definire un aspetto abbiamo bisogno del suo totale opposto, poiché altrimenti
non avremo riscontri materiali su cui basare il nostro giudizio e di conseguenza
auto definire noi stessi in una data situazione. Il bene , il male, alto, basso,
magro, grasso, lungo, corto, sono soltanto caratteristiche che esprimono la
relazione che sussiste tra due opposi.
Questo incessante viaggio che si sviluppa tra
realtà apparentemente distanti tra loro, è causa di un grossissimo scompenso
all’interno dell’animo umano che ne sarà influenzato più o meno consapevolmente
a seconda della crescita spirituale del singolo individuo il cui unico scopo
sarà quello di ritornare alla fonte originaria della vita stessa, il momento di
unità totale con Dio. Tuttavia è abbastanza improbabile che ciò possa
verificarsi, se non altro fino a quando continueremo a considerare l’unita come
entità unica fine a se stessa e separata da noi. Nel momento in cui diciamo uno
con Dio la frase in se indica sempre una finissima proiezione della dualità del
nostro ego, di conseguenza non potrà mai esserci reale liberazione fino a quando
non ci libereremo dell’idea dell’uno, poiché nel momento in cui diciamo
uno, automaticamente è come se considerassimo l’Io, e se esisto Io, esisti anche
Tu. Ecco come ci viene riproposta in chiave divina l’idea egocentrica della
dualità.
Pertanto se siamo
veramente intenzionati a riconoscere la verità cerchiamo di comprenderla non come unità esistente
all’interno di un unità più grande, ma bensì riscoprirci come non dualità fonte dell’intera
verità originaria. Inseparabile e indivisibile dalla nostra attuale vita. Quante volte abbiamo
sentito parole come Illuminazione, Nirvana, Sathory, conoscenza di Dio, natura Buddhica! Ma cosa
significa questo per la maggior parte delle persone ? Una volta c’è stata una mia amica che
sosteneva che bisognava fare in fretta ad illuminarci perché così avremmo potuto vivere bene
attraverso le offerte degli adepti ! Come se un maestro illuminato fosse una specie di mendicante
che si mantiene attraverso il sostegno di chi aspira a diventare mendicante come lui. Confesso di
non aver mai capito se riguardo a quella dichiarazione stesse scherzando o meno; tuttavia credo che
a livello collettivo di masse popolari si abbia una visione abbastanza limitante di ciò che
viene definita Illuminazione.
Colui che ha realizzato
Dio, non ha fatto altro che riconoscere semplicemente ciò che è. Non ha conquistato chi sa quali
vette spirituali, non è arrivato a comprendere il segreto di qualche potere mistico ed obsoleto che
lo rende superiore a tutto il resto della popolazione terrestre; e soprattutto, non ha raggiunto
nulla di esterno a se! Ma ha semplicemente realizzato ciò che è. L’aria che respiriamo è presente su
tutta la superficie del globo terrestre e mantiene costantemente in vita il nostro corpo fisico e
tutti i metabolismi che ne derivano, ma quante persone portano l’attenzione a questo? Quanta gente
prende realmente coscienza di un aspetto tanto scontato e pure così importante per la nostra
sopravvivenza? Credo ben poche! Eppure, anche se non ce ne accorgiamo l’ossigeno non cessa di
esistere esso è una perpetua presenza nella nostra vita.
L’illuminazione è
sempre presente, non è un qualcosa che ci arriva dall’esterno, non si compra, non si raggiunge, ne
tanto meno si conquista; ma la si riconosce come percezione non dualistica immutabile e invariabile.
E sempre li presente dov’è sempre stata. E il nostro riconoscerla o meno che fa la differenza.
Alcuni anni fa suonavo la chitarra e uno dei miei hobby preferiti era comporre musica. Devo dire che
questo mi appagava abbastanza; e meraviglioso poter trovare sostegno emotivo tra la musica che
inonda l’aria e i relativi sentimenti che galleggiano attraverso luci e sensazioni. Come tutti i
compositori spesso mi capitava di imbattermi in ciò che viene definito :”crisi da composizione”
ovvero un momento dove non si riesce a creare. E a volte passavano anche mesi senza che riuscissi a
scrivere qualcosa. Mesi passati a suonare il mio strumento giorno e notte cercando di unire lei più
svariate sonorità, mesi passati attraverso momenti di depressione con il terrore che la musica mi
avesse definitivamente abbandonato, ( e chi è compositore credo mi possa comprendere! ). Poi tutto d
‘un tratto in un giorno e in un momento come tanti, quasi come fosse uno scherzo del destino mentre
magari stavo risuonando per l’ennesima volta gli stessi vecchi semplici accordi! Eccola li, la
vedo nascere come la Venere del Botticelli da una conchiglia di creatività la mia ispirazione
completa di musica e parole. E in quel momento realizzavo che la musica non mi aveva mai abbandonato
ma ero semplicemente io che avevo voltato le spalle e non la potevo vedere. La stessa cosa vale per l’illuminazione essa è un
immutabile costante nell’esistenza dell’essere, non si può non essere ciò che si è, lo si può
solo riconoscere in quanto tale.
la realizzazione del se
in quanto coscienza non dualistica non potrà mai svilupparsi attraverso un insegnamento indotto
dall’esterno, così come accade per un bambino che apprende nozioni sui banchi di scuola. Ma deve
necessariamente trascendere la razionalità della mente sperimentandone la vericità attraverso
l’esperienza interiore della meditazione. Certo, inizialmente è giusto prendere coscienza se non
altro a livello mentale delle varie dinamiche psichiche che anno influenzato la nostra esistenza
fino a un determinato momento; ma successivamente è compito nostro dare prova concreta a quelle
stesse teorie nei confronti della nostra anima. E per fare ciò vi è un'unica via quella
meditativa. Qualunque strada che non va in quella direzione non è quella giusta.
Possiamo passare
l’eternità alla ricerca di maestri illuminati che ci diano delle risposte; e devo dire che qualcuno
li ha anche trovati, trovando illuminanti i loro insegnamenti e accontentandosi di questo. Ma non
esisterà mai maestro spirituale più grande della singolare esperienza interiore, poiché colui che
cerca all’esterno troverà solo risposte e una risposta per quanto giusta sia può andare bene per
milioni di persone; mentre colui che cerca all’interno coltiverà le domande; e le domande per quante
esse siano saranno sempre singolari. Questo ci fa capire di quanto le domande siano molto più
importanti delle risposte. E il primo quesito a cui dare soddisfazione e la domanda iniziale alla
dualità nella materia, ovvero: “ chi sono io?”
Nessuno è in grado di
rispondere se non voi stessi. Soltanto nel silenzio della vostra coscienza potrà arrivare la
soluzione, quietando la mente dalle infinite risposte che vi sono arrivate fino ad oggi. Azzittendo
tutte quelle voci che anno cercato di convincervi per una vita che voi siete questo oppure siete
quello, facendo in tal modo oscillare i vostri sentimenti tra i due poli opposti della singola
esperienza interiore. La vita di un individuo è
il risultato di molteplici e piccole illuminazioni che portano la persona ad una naturale crescita
personale, esse si sviluppano tra un capo e l’altro dell’esperienza umana costituendo la struttura
portante di tale esperienza. Servono per definire la persona in un dato momento rispetto ad una
situazione; in altre parole in base al vostro livello di coscienza scegliete chi siete e chi
vorreste essere nei confronti del mondo circostante, al fine di poter trovare dentro di voi la
famosa via di mezzo del Buddha che conduce alla felicità eterna. Sperimentiamo gli estremi si
concepisce la verità.
La vita del Buddha è
la prova di tutto questo. Nell’arco di una sola esistenza Siddharta sperimentò l’esperienza del
principe, con tutti i suoi agi e i suoi eccessi fino all’esperienza dell’asceta con tutto quello che
ne consegue, per poi arrivare a riconoscere la via di mezzo per la realizzazione del se. Lo stesso discorso non cambia se lo si rapporta
alla vita di tutti i giorni. Ogni persona ha bisogno di esplorare entrambi i momenti di ogni singolo
fenomeno della propria esistenza per poter affermare se stesso in una data situazione.
Ovviamente l’esperienza nella profondità degli opposti e lasciata al nostro libero arbitrio.
Ovvero: “Quanto andare da un capo a l’altro della bilancia, è una scelta nostra.” Siamo noi che
decidiamo quanto è profondo il fondo del nostro dolore, o quanto è alta la soglia del piacere, per
poter così stabilire la nostra via di mezzo per la felicità.
Mi rendo conto che
quando si parla di felicità si intende sempre un aspetto del dualismo umano, poiché la felicità
ultima dell’auto realizzazione trascende qualunque forma di dualità. Anzi per potervi arrivare è
necessario liberarsi definitivamente dall’idea umana della felicità. Questo perché è molto più
difficile staccarsi da ciò che ci fa piacere, piuttosto che da ciò che ci disturba. Così come
abbiamo interesse a liberarci da persone che non ci piacciono allo stesso modo tendiamo a trattenere
coloro che amiamo, perché ci da un idea di sicurezza nell’illusione di farci sentire meno soli, ma
questa non è reale auto realizzazione ma soltanto un miraggio nell’euforia di un momento, sarebbe
sempre un vivere a metà non comprenderebbe la pienezza totale degli opposti. Poiché la parola stessa
liberazione preclude l’abbandono spontaneo di qualunque forma di dipendenza e la felicità
attualmente conosciuta non è altro che una metà dell’infelicità. Scegliere di accettare soltanto
quell’aspetto equivale a rinnegare l’altro, la scelta dell’uno e la preclusione dell’altro non ci
aiuta certo a comprenderne la piena totalità della vita che dovrebbe essere vissuta in tutte le sue
sfaccettature per potersi liberare da ogni legame terreno. Non a caso non è certo un segreto
che tanto più si nega un qualcosa tanto più questo risalta ai nostri occhi. Le persone che negano la
sessualità, vedono sesso ovunque sia nella loro vita che in quella degli altri, coloro che negano
l’amore e l’impossibilità della vita di coppia, sono quelli che più si trovano a confrontarsi
interiormente con questo aspetto della vita. La negazione non è mai una via d’uscita, ma risulta
essere una prigionia nell’ignoranza della problematica; l’unica liberazione possibile deve
necessariamente attraversare l’esperienza nello scopo; solamente vivendo l’esperienza la si riesce
ad interiorizzare e a liberarsi definitivamente dall’attaccamento nell’esistenza umana.
Concepire la
realizzazione del se preclude lo svuotamento totale di ogni forma di aderenza a fatti e sentimenti
che anno attraversato la nostra esistenza. Il cuore deve essere totalmente vuoto per poter
accogliere la coscienza ancestrale. Ogni fatto che caratterizza la vita umana deve essere vissuto,
capito, interiorizzato e lasciato andare in quanto parte integrante di tale esperienza, per dare
modo all’anima di poter scendere ed esprimersi nella piena totalità dell’essere. Per poter fare in
modo che la totale realizzazione trovi posto dentro ognuno di noi, subentra la necessità di
liberare il nostro cuore da qualunque forma di giudizio, sentimento e stato cosciente
dell’egocentrismo umano. Raggiungendo attraverso la meditazione la trasmigrazione della coscienza ad
un livello di coscienza presente esente da giudizio. Lo stato del Sé e non se.
Si è totalmente presenti in ciò che ci accade intorno e allo stesso tempo il mondo circostante non
va minimamente ad intaccare lo stato di grazia dell’essere, che attraverso l’abbandono totale
dell’ego, riconosce l’illusione della materia concepita come sogno dello spirito al fine di
sperimentare se stesso nell’illusione della mortalità come unica via per potersi ritrovare ad essere
li dove è sempre stato.
In
fondo tutto ciò fa parte dell’eterno percorso dell’anima. Dalla non dualità abbiamo scelto di creare
l’uno originario. Come conseguenza abbiamo deciso di scindere tale unità nella dualità della vita
terrena, per poi a nostra volta decidere di dividere ulteriormente ogni singola unità della relativa
dualità, in dualità sempre differenti e così via fino alla fine dei tempi. Unire per poi dividere
per poi unire per poi dividere…. E in fine comprendere attraverso il vuoto della nostra coscienza la
pienezza dell’esistenza dell’essere nell’immortalità dell’anima. Riscoprendo così alla fine di
questo viaggio di non esserci mai spostati da dove siamo partiti. E sopratutto di non essere mai
stati qualcosa di differente da ciò che siamo.
Aum Amriteshwaryai Namah