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L'ESPERIENZA DEL SE' 

A cura di Marco Milione (Milano 2002)

Non può esistere ricerca interiore senza un abbandono di se stessi, non esiste vittoria più grande nello scoprire che non ci siamo mai abbandonati. Questa perenne oscillazione di sentimenti e di stati d’animo è alla base della perpetua ricerca dell’uomo. Ponendo la domanda ultima come trampolino di partenza per le molteplici risposte che verranno in avvenire. Tutte giuste e tutte sbagliate in virtù della coscienza di chi le riceve e le va ad interpretare, dove ad ogni conquista corrisponde una sconfitta, dove ad ogni discesa sopraggiunge una salita, ma la verità va ben oltre quelli che possono essere definiti i canoni razionali della relatività legati al punto di vista del singolo individuo o della collettività. Tutto questo discorso iniziale non serve per fare della vuota filosofia fine a se stessa, tutt'altro, serve per riuscire a farci comprendere di quanto sia precario l’equilibrio delle nostre più ferrate convinzioni a cui tanto siamo legati. Passiamo l’intera esistenza a costruire case, palazzi castelli, di certezze personali e non contenti di tutto ciò le ovattiamo e le ingabbiamo in un manto di sicurezza, senza renderci conto che tutto ciò che abbiamo costruito ha le fondamenta poste su un granello di sabbia, dove basterebbe una semplice folata di vento per portarcele via.

Quante volte nell’arco della nostra esistenza ci siamo trovati in condizione di dire a qualcuno, ciò che stai dicendo è giusto! Oppure, ti stai sbagliando completamente!  Sostenendo con forza le nostre ragioni, senza fermarci un solo momento a pensare su quale sia il vero senso del termine giusto e sbagliato. In fondo se riflettiamo bene giusto e sbagliato non sono altro che opinioni che definiscono un nostro punto di vista nei confronti di una data situazione o di un pensiero altrui; in virtù del nostro vissuto e degli schemi mentali che hanno caratterizzato la nostra vita fino a quel momento. Del resto se una cosa sia giusta o sbagliata resta sempre legata al suo ruolo. Non cambia in virtù dei tempi dei luoghi e delle persone che la vanno ad interpretare.  Per esempio ai tempi dell’antica Sparta i bambini appena nati considerati deboli dalla collettività, venivano sottoposti al giudizio degli Dei. Ovvero portati sulla cima di un colle e fatti rotolare a valle rinchiusi all’interno di botti di vino. Se l’infante una volta arrivato a destinazione era vivo, era segno che gli Dei l’avevano graziato, altrimenti, bèh ! Gli dei non l’avevano considerato degno di vivere, e andava bene così. Ai nostri tempi questo comportamento viene considerato barbaro e incivile, all’epoca invece era di uso comune. Senza andare troppo indietro con i tempi basti pensare che nel 1960 in Italia, una ragazza che si fosse sposata  avendo già avuto rapporti sessuali con altri partners prima del futuro marito, poteva benissimo essere ripudiata legalmente da quest’ultimo poiché il suo comportamento da nubile veniva giudicato dal codice civile in vigore all’epoca: “moralmente discutibile”. Fortunatamente oggi le cose sono cambiate notevolmente e una persona è libera di gestire la propria sessualità come meglio crede.

Ma allora dov’è il giusto? Dov’è lo sbagliato? Dov’è l’inizio e dov’è la fine? La verità è che non c’è nulla che possa essere considerato totalmente giusto e totalmente sbagliato, ma l’insieme deve essere sempre vagliato e stabilito in relazione al momento al contesto e al luogo a cui si fa riferimento. Ogni  pensiero, ogni sentimento, ogni attimo della nostra vita è scandito e sottoposto alla legge della dualità, questa legge gestisce la nostra esistenza nel momento stesso in cui prende forma dentro di noi la coscienza illusoria dell’io sono, sostenuta dal disperato bisogno dell’ego a ricercare una sua identità. Una sorta di forma auto difensiva nei confronti del mondo esterno, finalizzata al riconoscimento di se stessi  in quanto esseri viventi ben distinti dagli altri. Tale coscienza sviluppa la capacità di auto definizione nel momento stesso in cui il bambino appena nato non vede più la madre come un prolungamento di se stesso, ma bensì la riconosce come un entità ben distinta e separata da se. ( ma allora se tu sei tu, e sei li !!, io chi sono ?!) Ovviamente tutta questa divisione di parti crea un senso di paura, abbandono e solitudine; di conseguenza come reazione umana e automatica scatta dentro il neonato l’istinto di auto conservazione per proteggere se stesso da un eventuale pericolo esterno; dichiarandosi così parte ben definita dal mondo circostante. Rivestendo in tal modo tutta la sua natura divina con un velo egocentrico e riconoscendo in se stesso la duplice polarità, che lo accompagnerà per tutto il corso della sua vita umana.

L’illusione della dualità consiste nel concepire soltanto un aspetto della realtà circostante. Durante il corso di una vita, un uomo sperimenta amore, paura, felicità, tristezza, desiderio e appagamento, tutti aspetti univoci incapaci di concepire la realtà nella sua pienezza, non pensiamo di poter trascorrere una vita in totale azione senza aver in qualche maniera potuto sperimentare la staticità, oppure una vita di totale amore senza aver mai provato odio, non sarebbe possibile, per il semplice motivo che per definire un aspetto abbiamo bisogno del suo totale opposto, poiché altrimenti non avremo riscontri materiali su cui basare il nostro giudizio e di conseguenza auto definire noi stessi in una data situazione. Il bene , il male, alto, basso, magro, grasso, lungo, corto, sono soltanto caratteristiche che esprimono la relazione che sussiste tra due opposi.

Questo incessante viaggio che si sviluppa tra realtà apparentemente distanti tra loro, è causa di un grossissimo scompenso all’interno dell’animo umano che ne sarà influenzato più o meno consapevolmente a seconda della crescita spirituale del singolo individuo il cui unico scopo sarà quello di ritornare alla fonte originaria della vita stessa, il momento di unità totale con Dio. Tuttavia è abbastanza improbabile che ciò possa verificarsi, se non altro fino a quando continueremo a considerare l’unita come entità unica fine a se stessa e separata da noi. Nel momento in cui diciamo uno con Dio la frase in se indica sempre una finissima proiezione della dualità del nostro ego, di conseguenza non potrà mai esserci reale liberazione fino a quando non ci libereremo dell’idea  dell’uno, poiché nel momento in cui diciamo uno, automaticamente è come se considerassimo l’Io, e se esisto Io, esisti anche Tu. Ecco come ci viene riproposta in chiave divina l’idea egocentrica della dualità.

Pertanto se siamo veramente intenzionati a riconoscere la verità cerchiamo di comprenderla non come unità esistente all’interno di un unità più grande, ma bensì riscoprirci come non dualità  fonte dell’intera verità originaria. Inseparabile e indivisibile dalla nostra attuale vita. Quante volte abbiamo sentito parole come Illuminazione, Nirvana, Sathory, conoscenza di Dio, natura Buddhica! Ma cosa significa questo per la maggior parte delle persone ? Una volta c’è stata una mia amica che sosteneva che bisognava fare in fretta ad illuminarci perché così avremmo potuto vivere bene attraverso le offerte degli adepti ! Come se un maestro illuminato fosse una specie di mendicante che si mantiene attraverso il sostegno di chi aspira a diventare mendicante come lui. Confesso di non aver mai capito se riguardo a quella dichiarazione stesse scherzando o meno; tuttavia credo che a livello collettivo di masse popolari si abbia una visione abbastanza limitante  di ciò che viene definita Illuminazione.

Colui che ha realizzato Dio, non ha fatto altro che riconoscere semplicemente ciò che è. Non ha conquistato chi sa quali vette spirituali, non è arrivato a comprendere il segreto di qualche potere mistico ed obsoleto che lo rende superiore a tutto il resto della popolazione terrestre; e soprattutto, non ha raggiunto nulla di esterno a se! Ma ha semplicemente realizzato ciò che è. L’aria che respiriamo è presente su tutta la superficie del globo terrestre e mantiene costantemente in vita il nostro corpo fisico e tutti i metabolismi che ne derivano, ma quante persone portano l’attenzione a questo? Quanta gente prende realmente coscienza di un aspetto tanto scontato e pure così importante per la nostra sopravvivenza? Credo ben poche! Eppure, anche se non ce ne accorgiamo l’ossigeno non cessa di esistere esso è una perpetua presenza nella nostra vita.

L’illuminazione è sempre presente, non è un qualcosa che ci arriva dall’esterno, non si compra, non si raggiunge, ne tanto meno si conquista; ma la si riconosce come percezione non dualistica immutabile e invariabile. E sempre li presente dov’è sempre stata. E il nostro riconoscerla o meno che fa la differenza. Alcuni anni fa suonavo la chitarra e uno dei miei hobby preferiti era comporre musica. Devo dire che questo mi appagava abbastanza; e meraviglioso poter trovare sostegno emotivo tra la musica che inonda l’aria e i relativi sentimenti che galleggiano attraverso luci e sensazioni. Come tutti i compositori spesso mi capitava di imbattermi in ciò che viene definito :”crisi da composizione” ovvero un momento dove non si riesce a creare. E a volte passavano anche mesi senza che riuscissi a scrivere qualcosa. Mesi passati a suonare il mio strumento giorno e notte cercando di unire lei più svariate sonorità, mesi passati attraverso momenti di depressione con il terrore che la musica mi avesse definitivamente abbandonato, ( e chi è compositore credo mi possa comprendere! ). Poi tutto d ‘un tratto in un giorno e in un momento come tanti, quasi come fosse uno scherzo del destino mentre magari stavo risuonando per l’ennesima volta  gli stessi vecchi semplici accordi! Eccola li, la vedo nascere come la Venere del Botticelli da una conchiglia di creatività la mia ispirazione completa di musica e parole. E in quel momento realizzavo che la musica non mi aveva mai abbandonato ma ero semplicemente io che  avevo voltato le spalle e non la potevo vedere. La stessa cosa vale per l’illuminazione essa è un immutabile costante nell’esistenza dell’essere, non si può non essere ciò che si è, lo  si può solo riconoscere in quanto tale.

la realizzazione del se in quanto coscienza non dualistica non potrà mai svilupparsi attraverso un insegnamento indotto dall’esterno, così come accade per un bambino che apprende nozioni sui banchi di scuola. Ma deve necessariamente trascendere la razionalità della mente sperimentandone la vericità attraverso l’esperienza interiore della meditazione. Certo, inizialmente è giusto prendere coscienza se non altro a livello mentale delle varie dinamiche psichiche che anno influenzato la nostra esistenza fino a un determinato momento; ma successivamente è compito nostro dare prova concreta a quelle stesse teorie nei confronti della nostra anima.  E per fare ciò vi è un'unica via quella meditativa. Qualunque strada che non va in quella direzione non è quella giusta.

Possiamo passare l’eternità alla ricerca di maestri illuminati che ci diano delle risposte; e devo dire che qualcuno li ha anche trovati, trovando illuminanti i loro insegnamenti e accontentandosi di questo. Ma non esisterà mai maestro spirituale più grande della singolare esperienza interiore, poiché colui che cerca all’esterno troverà solo risposte e una risposta per quanto giusta sia può andare bene per milioni di persone; mentre colui che cerca all’interno coltiverà le domande; e le domande per quante esse siano saranno sempre singolari. Questo ci fa capire di quanto le domande siano molto più importanti delle risposte. E il primo quesito a cui dare soddisfazione e la domanda iniziale alla dualità nella materia, ovvero: “ chi sono io?”

Nessuno è in grado di rispondere se non voi stessi. Soltanto nel silenzio della vostra coscienza potrà  arrivare la soluzione, quietando la mente dalle infinite risposte che vi sono arrivate fino ad oggi. Azzittendo tutte quelle voci che anno cercato di convincervi per una vita che voi siete questo oppure siete quello, facendo in tal modo oscillare i vostri sentimenti tra i due poli opposti della singola esperienza interiore. La vita di un individuo è il risultato di molteplici e piccole illuminazioni che portano la persona ad una naturale crescita personale, esse si sviluppano tra un capo e l’altro dell’esperienza umana costituendo la struttura portante di tale esperienza. Servono per definire la persona in un dato momento rispetto ad una situazione; in altre parole in base al vostro livello di coscienza scegliete chi siete e chi vorreste essere nei confronti del mondo circostante, al fine di poter trovare dentro di voi la famosa via di mezzo del Buddha che conduce alla felicità eterna. Sperimentiamo gli estremi si concepisce la verità.

La vita del Buddha è la prova di tutto questo. Nell’arco di una sola esistenza Siddharta sperimentò l’esperienza del principe, con tutti i suoi agi e i suoi eccessi fino all’esperienza dell’asceta con tutto quello che ne consegue, per poi arrivare a riconoscere la via di mezzo per  la realizzazione del se. Lo stesso discorso non cambia se lo si rapporta alla vita di tutti i giorni. Ogni persona ha bisogno di esplorare entrambi i momenti di ogni singolo fenomeno  della propria esistenza per poter affermare se stesso in una data situazione. Ovviamente l’esperienza nella profondità degli opposti  e lasciata al nostro libero arbitrio. Ovvero: “Quanto andare da un capo a l’altro della bilancia, è una scelta nostra.” Siamo noi che decidiamo quanto è profondo il fondo del nostro dolore, o quanto è alta la soglia del piacere, per poter così stabilire la nostra via di mezzo per la felicità.

Mi rendo conto che quando si parla di felicità si intende sempre un aspetto del dualismo umano, poiché la felicità ultima dell’auto realizzazione trascende qualunque forma di dualità. Anzi per potervi arrivare è necessario liberarsi definitivamente dall’idea umana della felicità. Questo perché è molto più difficile staccarsi da ciò che ci fa piacere, piuttosto che da ciò che ci disturba. Così come abbiamo interesse a liberarci da persone che non ci piacciono allo stesso modo tendiamo a trattenere coloro che amiamo, perché ci da un idea di sicurezza nell’illusione di farci sentire meno soli, ma questa non è reale auto realizzazione ma soltanto un miraggio nell’euforia di un momento, sarebbe sempre un vivere a metà non comprenderebbe la pienezza totale degli opposti. Poiché la parola stessa liberazione preclude l’abbandono spontaneo  di qualunque forma di dipendenza e la felicità attualmente conosciuta non è altro che una metà dell’infelicità. Scegliere di accettare soltanto quell’aspetto equivale a rinnegare l’altro, la scelta dell’uno e la preclusione dell’altro non ci aiuta certo a comprenderne la piena totalità della vita che dovrebbe essere vissuta in tutte le sue sfaccettature per potersi liberare da ogni  legame terreno. Non a caso non è certo un segreto che tanto più si nega un qualcosa tanto più questo risalta ai nostri occhi. Le persone che negano la sessualità, vedono sesso ovunque sia nella loro vita che in quella degli altri, coloro che negano l’amore e l’impossibilità della vita di coppia, sono quelli che più si trovano a confrontarsi interiormente con questo aspetto della vita. La negazione non è mai una via d’uscita, ma risulta essere una prigionia nell’ignoranza della problematica; l’unica liberazione possibile deve necessariamente attraversare l’esperienza nello scopo; solamente vivendo l’esperienza la si riesce ad interiorizzare e a liberarsi definitivamente dall’attaccamento nell’esistenza umana.

Concepire la realizzazione del se preclude lo svuotamento totale di ogni forma di aderenza a fatti e sentimenti che anno attraversato la nostra esistenza. Il cuore deve essere totalmente vuoto per poter accogliere la coscienza ancestrale. Ogni fatto che caratterizza la vita umana deve essere vissuto, capito, interiorizzato e lasciato andare in quanto parte integrante di tale esperienza, per dare modo all’anima di poter scendere ed esprimersi nella piena totalità dell’essere. Per poter fare in modo che la totale realizzazione  trovi posto dentro ognuno di noi, subentra la necessità di liberare il nostro cuore da qualunque forma di giudizio, sentimento e stato cosciente dell’egocentrismo umano. Raggiungendo attraverso la meditazione la trasmigrazione della coscienza ad un livello di coscienza presente esente da giudizio. Lo stato del Sé e non se. Si è totalmente presenti in ciò che ci accade intorno e allo stesso tempo il mondo circostante non va minimamente ad intaccare lo stato di grazia dell’essere, che attraverso l’abbandono totale dell’ego, riconosce l’illusione della materia concepita come sogno dello spirito  al fine di sperimentare se stesso nell’illusione della mortalità come unica via per potersi ritrovare ad essere li dove è sempre stato.

In fondo tutto ciò fa parte dell’eterno percorso dell’anima. Dalla non dualità abbiamo scelto di creare l’uno originario. Come conseguenza abbiamo deciso di scindere tale unità nella dualità della vita terrena, per poi a nostra volta decidere di dividere ulteriormente ogni singola unità della relativa dualità, in dualità sempre differenti e così via fino alla fine dei tempi. Unire per poi dividere per poi unire per poi dividere…. E in fine comprendere attraverso il vuoto della nostra coscienza la pienezza dell’esistenza dell’essere nell’immortalità dell’anima. Riscoprendo così alla fine di questo viaggio di non esserci mai spostati da dove siamo partiti. E sopratutto di non essere mai stati qualcosa di differente da ciò che siamo.

Aum Amriteshwaryai Namah

Marco Milione

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