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MEDITAZIONE

A cura di Marco Milione (Milano 2004) 

La meditazione è un antichissima pratica venutasi a formare nel momento stesso in cui l’uomo iniziò a sentire l’esigenza di rispondere alle tematiche riguardo il suo essere incarnato sulla terra. I primi a praticare e studiare i benefici di questo metodo furono i Rishi arcaici saggi indiani che perfezionarono diversi metodi di ricerca interiore impostati sullo studio delle sonorità, del movimento, della respirazione, alimentazione, influenze karmiche, ecc.. Nel corso della storia sono arrivate da noi in occidente diverse forme di meditazione impostate sulla respirazione, per mezzo di riti visualizzativi particolari, o anche attraverso l’utilizzo di suoni dalla cadenza ipnotica. Tutti i metodi sono validi purché vengano eseguiti nella maniera corretta. E anche se inizialmente può sembrare che partano da principi differenti il loro fine e il medesimo: La sperimentazione del benessere supremo per l’essere umano. Il principio della meditazione yogica e molto semplice: Grazie alle antiche sonorità studiate dai Rishi si trascende la razionalità della mente riportando l’individuo a un suo naturale equilibrio psico-fisico. Detto questo potrebbe sembrare che la meditazione sia una qualche forma di semplice rilassamento o di auto ipnosi ! ma non è così. Perché una cosa e dirigere la mente attraverso la concentrazione verso una zona decisa a priori dal singolo individuo. E l’altra  invece e lasciare che la mente fluisca verso lo stato naturale del suo essere. Ciò e possibile perché non si obbliga la mente ad essere ingabbiata con una imposizione innaturale, ma con la stessa familiarità con qui la mente viene attratta da una musica piacevole, allo stesso modo si permette che essa si abbandoni al suo stato naturale di pace.

La nostra mente è come un immenso territorio esplorato soltanto in minima parte e per abitudine inconscia scegliamo sempre di soggiornare nella zona a noi più familiare ripetendo automaticamente gli schemi mentali installati nel corso degli anni, ed evitando così accuratamente di esplorare zone  sconosciute. Se la analizziamo nel dettaglio scopriremo che ha la stessa struttura di un computer reagisce alle azioni esterne in proporzione alle informazioni immagazzinate precedentemente, questa è la ragione per qui ponendo 10 persone davanti ad una situazione comune automaticamente avremo 10 interpretazioni diverse della medesima situazione. Perché ognuno la vivrà secondo il proprio punto di vista personale e in base alla propria esperienza di vita. Il carattere di una persona si forma nei primi tre anni di vita, in quell’arco di tempo l’individuo si presenta nei confronti del mondo in maniera totalmente aperta ed esente da preconcetti, recependo automaticamente in base alla propria inclinazione caratteriale qualunque informazione impartitagli dall’esterno e dalle persone a lui più vicine, (solitamente i genitori) attraverso l’esempio ripetuto con azioni e modi di dire prende vita una considerazione individuale della realtà esterna. Già nel momento in qui l’infante esce dall’utero materno vive delle sensazioni fatte di suoni, odori, sapori e percezioni tattili che tradurrà in futuro con delle elementari affermazioni. Cristallizzate nel corso del tempo nelle varie credenze che contraddistinguono la vita di ogni soggetto.  Questo è uno dei motivi per qui una persona risulta caratterialmente più incline al pessimismo o all’ottimismo andando così ad influenzare automaticamente tutto il corso della propria esistenza. Volutamente ho sottolineato uno dei motivi  perché alla base del carattere individuale, della fortuna o della malasorte si mescolano diversi agenti non tutti calcolabili razionalmente attraverso logiche mentali, ma sono risultanti vettoriali da ricondurre alle influenze karmiche di ogni singolo individuo. (Se vuoi saperne di più sul Karma clicca qui)

In base alle teorie sopraccitate si comprende facilmente che il risultato della nostra esistenza  viene automaticamente ricondotto ad una realtà già presente dentro di noi. Riflettendo automaticamente nella vita di tutti i giorni gli stati d’animo vissuti interiormente. Se mentalmente nutriamo sentimenti di ansia, paura, stress, rabbia, nevrosi e frustrazioni, inevitabilmente andremo a creare nella vita di tutti i giorni una realtà fondata su paure, nevrosi, frustrazioni e rabbie. Senza che ci sia alcun cambiamento oggettivo nel corso del tempo fino a quando non si interverrà sulla radice di tali problematiche trasformando i sentimenti di odio in amore. Per fare questo però è necessario eliminare tutto lo stress esistente dentro di noi. Spesso sentiamo parole come stress e ansia, ma che cos’è lo stress? Cerchiamo di analizzarlo per comprenderne i suoi effetti.

Lo stress è un sovraccarico di energia psico-emotiva che si forma istante per istante nella nostra mente a causa della trasmissione dei nostri pensieri, dove attraverso la perpetua azione mentale va espandendosi sotto forma di onde circolari simili allo stesso effetto creato da un sasso lanciato nello stagno; andando automaticamente ad intaccare e ad appesantire tutta la struttura cerebrale, rendendo così difficoltosa la trasmissione di nuovi pensieri. Questo offusca il tempo di reazione della nostra mente, disturba il ragionamento logico e la capacità di concentrazione restringendo il campo d’azione mentale, ed inibendo per ultimo tutto il sistema immunitario favorendo l’insorgere di malattie. Ogni volta che eseguiamo un pensiero di qualsiasi tipo all’interno della mente avviene uno scambio di informazioni tra i neuroni cerebrali; durante questo processo viene utilizzata un certo quantitativo di energia psichica che si renderà necessaria per portare a termine tale operazione. L’utilizzo e lo smaltimento delle energie mentali è molto simile ciò che avviene nel nostro organismo. Noi assimiliamo energia dall’acqua, dal cibo e dall’aria. Estraiamo ed utilizziamo la sostanze ricche che ci servono per il mantenimento del corpo, ed evacuiamo attraverso le feci e urine ciò che non ci serve.La stessa cosa avviene nella nostra mente, quando eseguiamo un pensiero utilizziamo un certo qualitativo e quantitativo di energia che verrà inevitabilmente sfruttata con relativo scarto alla fine del procedimento. Tale scarto viene definito STRESS.

Le trasmissioni dei pensieri non sono tutte uguali, non causiamo sempre lo stesso quantitativo di stress con tutti i pensieri; ma la produzione di stress è direttamente proporzionale al qualitativo emotivo del relativo pensiero, tanto più carichiamo emotivamente i nostri pensieri e tanto più lo scarto di stress che ne uscirà sarà maggiore. Per questo motivo sentimenti come paura, rabbia, odio e nevrosi, che sono impulsi dalla notevole carica emotiva producono un abbondante quantitativo di stress. In base a tale principio possiamo comprendere che lo stress non solo è causato da sentimenti negativi, ma può essere prodotto anche da sentimenti positivi. Ogni pensiero crea stress quindi quando pensiamo alla persona amata, quando siamo felici per un evento particolare, quando gioiamo per un episodio particolarmente raggiante della nostra vita carichiamo comunque la mente con stati d’animo emotivamente potenti andando automaticamente a produrre stress, con risultati molto simili ai fenomeni visti precedentemente. Certo a livello di sentimenti ogni persona preferisce la felicità all’odio, ma a livello di trasmissione mentale determinata dagli impulsi cerebrali la risultante resterà invariata. Tutta questa ansia rimane latente nella nostra mente, non può essere eliminata attraverso un vacanza oppure un buon sonno perché molto spesso è talmente antica e cristallizzata dentro di noi (si pensi ad una persona di 30 o 40 anni abituata a formulare pensieri di un certo tipo) da essere diventata parte integrante delle nostre tendenze mentali. Un contributo fondamentale per l’eliminazione dello stress e l’apertura mentale attraverso la  modifica di tutti gli schemi mentali negativi, viene sicuramente fornita dalla pratica costante e giornaliera della Meditazione.

Se si dovesse definire la Meditazione con parole semplici penso che il termine più appropriato sarebbe: “ Portare l’attenzione a...” oppure “ Prendere coscienza di...” Essere presente nel presente, nel qi e ora; quello stato cosciente dell’essere facilmente riscontrabile nei bambini molto piccoli di due anni circa. Quando questi giocano o sono impegnati in qualche attività didattica tutta la loro attenzione è focalizzata in quel istante e su quel oggetto molto probabilmente perché la loro mente non è stata ancora influenzata da un quantitativo di informazioni così elevato da permettere di essere disturbata da un’infinità di pensieri che distolgono l’attenzione da un unico momento, dimostrando di essere totalmente immersi in un tutt'uno con l'istante. Questo è lo scopo della Meditazione concepire la piena totalità dell’esistenza sotto la vigile e costante attenzione della tripartizione dell’essere. Corpo, Mente e Spirito, sperimentati in un singolo istante dall’eterna durata.

Uno degli errori più comuni che si commette quando si parla di Meditazione consiste nel giudicare questa pratica prerogativa di competenza univoca di chi percorre un sentiero spirituale, come monaci orientali, oppure ordini religiosi disciplinati da severe regole interne che ne caratterizzano lo stato. Se pur la Meditazione è di natura spirituale e la sua pratica può essere considerata la più alta forma di preghiera dell’essere nei confronti dell’eletto, il suo utilizzo proprio per la sua semplicità, trascende volentieri una piccola cerchia di praticanti per poter essere facilmente alla portata di una grandissima massa di persone. Così come il sole illumina e riscalda costantemente il nostro pianeta ed è un bene tanto prezioso e comune a tutti gli esseri viventi anche la Meditazione ha la capacità di illuminare ininterrottamente l’esistenza di qualsiasi coscienza. Possiamo affermare che la Meditazione è lo stato naturale dell’essere, mentre la coscienza dell’io sono costituisce la fuga, un imposizione della mente nell’illusione della realtà. E nella stessa maniera con cui i poli opposti si attraggono reciprocamente, la mente viene attratta a sua volta in maniera del tutto naturale verso uno stato di totale pace e benessere; l’unico motivo per cui ciò non si verifica è determinato dall’attrito costituito dallo stress e da tutti gli schemi mentali che contribuiscono ad allungare la distanza che sussiste tra mente umana e mente universale impedendo così all’individuo di sperimentare lo stato di pura Coscienza. Ovvero uno stato di vuoto assoluto dove l’io umano va ad immergersi nel mare di Coscienza Primordiale alleggerendo se stesso dalla prigionia degli schemi mentali con automatica eliminazione dello stress e liberando in tal modo l’anima dalla perenne morsa dell’ego, al fine di sperimentare lo stato del “Se e il non Se”. Una condizione dell’essere dove la persona è perfettamente vigile e cosciente riguardo a tutto ciò che gli si verifica intorno, ma vive tale situazione in totale assenza di giudizio di qualsiasi genere.

Nel corso di una vita normale un individuo sperimenta 3 stati di coscienza: stato di Veglia, stato di Sonno e stato di Sogno. Questi tre stati anche se a livelli di profondità differenti esprimono l’esistenza da un punto di vista prettamente superficiale, sia pur per il semplice fatto che durante il loro processo la mente continua a produrre pensieri automaticamente al di la della nostro volere. Se non per pochissimi attimi durante lo stato di sonno, dove la mente pur mantenendo insieme al corpo la sua attività vitale biologica scende in uno stato di riposo talmente profondo e non percettibile dalle attuali tecnologie che monitorizzano l’attività onirica; staccando il suo normale funzionamento per riprenderlo quasi immediatamente, in quel lasso di tempo l’anima si ricongiunge a Dio ritemprando se stessa dal peso di una giornata incarnata nella materia. Questo è lo scopo del sonno, permettere all’anima di riunirsi al Creatore. Da ciò dipende anche la qualità del nostro sonno, tanto più scendiamo in contatto con il divino dentro noi e tanto più la mente e il corpo ne beneficeranno durante lo stato di veglia. A volte dormiamo anche 10 ore per notte risvegliandoci stanchi e affaticati la mattina successiva, altre volte invece dormiamo solo 2 ore sentendoci riposatissimi al nostro risveglio. La motivazione di ciò è da ricercarsi in quel piccola frazione di tempo trascorso a contatto con Dio. Non a caso i bambini appena nati dormono parecchio e passando molto tempo nello stato di sonno e di sogno, per abituare l’anima gradualmente ai limiti di un corpo recintato nella materia.

In ognuno di questi 3 stati è sempre la mente a fare da padrona creando indipendentemente dal nostro volere ogni sorta di pensiero impostato sulle tendenze mentali prestabilite e impedendo all’anima di sperimentare la sua vera natura. In verità tutta l’esistenza vissuta all’interno dei 3 stati di coscienza e gestita dalla mente. Non siamo noi a scegliere i pensieri che facciamo ma sono loro a riprodursi automaticamente con conseguenti ripercussioni sul karma (destino) individuale per mezzo di fatti che accadono nella vita di tutti i giorni. Una delle risultanti della meditazione consiste proprio nel fermare la mente nella produzione di pensieri auto-gestiti e di diventare noi i creatori consapevoli dei pensieri e della nostra vita; ma per fare questo è necessario sperimentare ciò che viene definito il 4° stato di coscienza. Uno stato che si differenzia notevolmente dai primi 3 sia per profondità di riposo, che per l’espansione di consapevolezza  superiore alla norma. Dove l’anima si rinforza nei confronti delle attitudini mentali attraverso la discesa nel vuoto totale, sviluppando la propria coscienza a tutti i livelli fisico, mentale, e spirituale con automatica influenza sugli schemi mentali. Anestetizzando così l’effetto negativo che questa esercita sull’esistenza umana. La particolarità di questo stato di pura coscienza consiste nel vuoto assoluto, nell’abbandono di tutti i sentimenti, dei giudizi e stati d’animo legati all’ego. Paradossalmente parlando penso che si possa paragonare al momento della morte, quando l’anima abbandona il corpo fisico per riunirsi alla fonte originaria ritornando coscienza non dualistica in eterno, separandosi naturalmente dai sentimenti di odio e amore, dai legami terreni ed umani, riconoscendo in loro la falsità della materia, ciò che nella cultura indiana viene definita Maya (illusione). Lo stesso principio avviene in meditazione, con l’unica differenza che la mente umana diventa testimone partecipe e cosciente dell’esplosione di vita dell’eterna creazione, presenziando in prima persona anche se per un breve lasso di tempo alla liberazione dell’essere da parte della morsa psichica. Che va naturalmente ad allentare la sua presa fino al rilascio totale in funzione delle profondità raggiunte. Tanto più l’anima si immerge nel supremo, tanto meno la mente influenza il suo stato.

Immaginate la mente rappresentata da un ragno meccanico galleggiante simile alle macchine utilizzate dagli sfascia carrozze per raccogliere e spostare i rottami, che ha una scarsa resistenza alla pressione dell’acqua e con lo scopo di tenere imprigionata saldamente l’anima a sé. Man mano che l’anima trova la forza di scendere nelle profondità degli abissi il ragno meccanico allenta la sua presa a causa della pressione marina, fino al rilascio totale e all’abbandono del suo prigioniero. Durante il corso di una vita normale la mente galleggia sui 3 stati di coscienza avvinghiando saldamente l’anima a se, ma quando entriamo in meditazione invece l’essere si immerge con moto avvitato verso il supremo aggirando naturalmente gli schemi mentali che non hanno possibilità di mantenere la loro presa, poiché in quello stato di grazia l’unica legge in vigore è caratterizzata dalla libertà e qualsiasi pressione esercitata con lo scopo di prendere non trova ragione di esistere.

Una delle leggi basate sull’equilibrio dei corpi fisici sostiene che tanto più si avvicina il baricentro del corpo al terreno e tanto più il corpo resterà in equilibrio. Lo stesso principio non cambia se lo si rapporta alla meditazione: Tanto più riduciamo la distanza tra mente umana e il supremo e maggiormente la vita acquisterà solidità nei confronti dell’esistenza sviluppando un naturale senso di gioia nei confronti della stessa. La caratteristica principale dell’insoddisfazione umana è determinata dall’approccio egocentrico al desiderio e alla brama di potere. Ma soprattutto è da attribuirsi alla comune incapacità di godere dell’esistenza attraverso la tripartizione dell’essere. Concepita troppo frequentemente da un punto di vista prettamente fisico, dimenticando spesso e volentieri l’aspetto mentale e quello spirituale. Purtroppo la società odierna ci ha abituato a pensare a noi stessi come entità materiali limitate alle possibilità del nostro corpo fisico e quando gioiamo, godiamo soltanto con quel aspetto, perché ci identifichiamo con esso. La soddisfazione fisica fine a se stessa può essere paragonata alla fiamma di un cerino da cucina, con una forte intensità di calore al momento iniziale, ma che si estingue facilmente in pochi secondi. Per questo una volta ottenuto ciò che desideriamo siamo contenti i primi momenti dopodiché perdiamo interesse cercandoci un altro appiglio mentale. Desideriamo la macchina bella, ma una volta ottenuta non ci facciamo più neanche caso! Desideriamo il vestito alla moda, lo compriamo lo utilizziamo 2 giorni, poi lo abbandoniamo nell’armadio! Analogo discorso può essere applicato a tutti gli aspetti della nostra esistenza, che giornalmente si trova a competere con tante piccole aggressioni psichiche da parte delle comuni tendenze mentali pre-definite.

Se invece imparassimo attraverso la meditazione, ad integrare all’interno della vita comune oltre che all’aspetto fisico sia la parte mentale che quella spirituale noteremmo un naturale innalzamento della soglia del piacere riflesso sotto ogni forma nella vita di tutti i giorni. In tal modo il Se interiore va così esprimersi appieno sul piano materiale espandendo le sensazioni personali a livelli evolutivi sempre più sofisticati; ad esempio riscoprendo noi stessi nella contemplazione silenziosa di  un magnifico campo di girasoli che prima neanche notavamo, re-imparando a gioire maggiormente di tutte quelle piccole cose che accrescono il gusto della vita. La fresca area del mattino inebriata attraverso i polmoni e i pori della pelle, il profumo della terra bagnata dopo un temporale primaverile, la sonorità del vento autunnale attraverso le foglie degli alberi e così via ogni situazione guadagnerebbe un sapore diverso, una nuova identità. Le relazioni con gli altri migliorano,  questo perché le persone  si sentono maggiormente attratte da un animo tranquillo piuttosto che una individuo che esprime irrequietezza. Fino ad influenzare positivamente a macchia d’olio tutti gli strati dell’esistenza umana, studio, lavoro, tempo libero, relazioni affettive, vita familiare. Quindi alla domanda: Perché praticare meditazione?: Semplicemente per godersi tre volte tanto il proprio quotidiano.

Contrariamente a quanto si crede imparare la tecnica della meditazione yogica risulta essere più semplice che spiegarla. Qualsiasi persona sia essa donna, uomo, bambino, anziano, di qualunque cultura la può apprendere in tre lezioni da un ora e mezza l’una o anche in un corso di una giornata. L’unico requisito che viene richiesto perché funzioni, consiste nell’avere la costanza di dedicargli mezzora al giorno per la pratica. E molto piacevole da esercitare, non crea dipendenza ne tanto meno dogmi religiosi, qualunque persona  appartenente a qualsiasi fede la può praticare senza cambiare nulla al proprio credo. E semplice, distensiva, gradevole, rilassante e rinvigorente. E cosa più importante non ha controindicazioni di nessun tipo.

Aum Amriteshwaryai Namah   

Marco Milione

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